Il gene che può fermare il tumore

Tre scienziati australiani scoprono i segreti del gene p53, che riesce a fermare il linfoma a cellule beta. E forse anche altri cancri

TRE scienziati del Walter and Eliza Hall Institute di Melbourne hanno scoperto come gene responsabile della cencerogenesi, il p53, riesce a fermare lo sviluppo del linfoma e potenzialmente anche altri tipi di cancro. Secondo gli scienziati, che hanno pubblicato su Nature Medicine, uno speciale gruppo di geni coinvolti nel normale processo di riparazione del Dna, sono vitali per far funzionare p53. E’ la prima volta – secondo Ana Janic, una del gruppo – che uno studio ha spiegato come p53 riesca a prevenire la crescita del tumore.

“Abbiamo scoperto, ed è stato molto eccitante – ha raccontato Janic – che il gene MLH1 che ripara il Dna, e anche altri, sono fondamentali nell’abilità di p53 di prevenire lo sviluppo di linfomi a cellule beta”. Il fatto che MLH1 si sia rivelato un’arma che potenzia p53 nella battaglia contro il cancro può aiutare i medici – secondo i ricercatori – a diagnosticare prima e prescrivere farmaci più sicuri e su misura per ogni paziente. “Per esempio, se un paziente ha un linfoma con una mutazione che inattiva il meccanismo di riparazione del Dna, i medici adesso sanno come evitare alcuni trattamenti che danneggiano il Dna, come la chemioterapia, che può anche rendere il cancro più aggressivo”, continua Janic.

“E’ stato sorprendete scoprire che la perdita di MLH1 non fa funzionare bene p53, e provoca lo sviluppa del linfoma. E quando rimettevamo MLH1, lo sviluppo del tumore si arrestava”, ha raccontato Marco Herold, professore associato. L’entusiasmo ha portato il terzo ricercatore, Andreas Strasser, a parlare addirittura di “santo graal” per i ricercatori che lavorano in oncologia. “La metà dei tumori è collegata a cattivo funzionamento di p53 – ha spiegato – da tempo eravamo consapevoli di questa importanza ma nessuno era stato in grado di spiegare come la proteina riesce a bloccare lo sviluppo del cancro. Fino ad ora. E così andiamo avanti, in studi più approfonditi del gene”. E in nuovi obiettivi, come il tumore al colon e al pancreas. “Questo perché p53 è mutato in circa il 70% di questi due cancri, e questa scoperta potrebbe avere un impatto significativo nella comprensione di queste malattie”

Fonte: www.repubblica.it

Tumore del pancreas: ci prova una giovane italiana

Marina Baretti ha ricevuto un finanziamento dalla società americana di oncologia per condurre uno studio che combina l’immunoterapia con l’epigenetica per questo cancro ancora largamente immedicato e di quello delle vie biliari.

La Società americana di oncologia medica premia una giovane ricercatrice italiana con 50mila dollari per continuare a studiare due tumori per i quali sono ancora poche le opzioni di cura: quello del pancreas e quello delle vie biliari. È Marina Baretti, oncologa di origini siciliane che in Italia lavora all’Humanitas di Milano, e il premio è lo Young Investigator Award dell’Asco – che quest’anno è stato vinto anche da un altro giovane italiano, Paolo Strati. Quando è arrivata alla John Hopkins University, un anno fa, Baretti pensava di rimanerci il tempo necessario a svolgere gli studi della sua borsa di studio. Ma poi dopo pochi mesi è arrivato un altro finanziamento e il suo soggiorno si è prolungato ancora un po’. “Ora con questo nuovo grant dovrò rimanere qui almeno un altro anno. Sono davvero contenta perché negli Usa ci sono le risorse giuste per poter portare avanti la mia ricerca”, ci dice la giovane oncologa.

LO STUDIO
Il grant coprirà la sua permanenza e le consentirà quindi di portare avanti lo studio che ha disegnato insieme ai colleghi americani. L’obiettivo è quello di capire se l’immunoterapia, che da sola non funziona nel tumore del pancreas e delle vie biliari, insieme a un farmaco epigenetico, che agisce cioè sulle proteine espresse dalle cellule cancerose, possano essere efficaci. La combinazione è formata da nivolumab, uno dei farmaci più usati in immunoterapia del cancro, ed endinostat, una molecola che agisce sull’ambiente circostante il tumore e lo rende più responsivo all’azione del sistema immuntario. Lo studio coinvolgerà in tutto 27 pazienti per ognuno dei due tumori, che hanno già ricevuto una o più linee di trattamento. “Per il tumore delle vie biliari esiste solo un tipo di terapia, fallita la quale non ci sono altre alternative”, spiega Baretti. “Per il pancreas ce ne sono due di linee di intervento, ma in entrambi i casi l’efficacia è piuttosto limitata. È quindi importante cercare nuove strade per questi due tipi di tumori”.

PANCREAS, POCHI RISULTATI
Che sul tumore del pancreas sia urgente trovare strade alternative lo dimostrano anche altri studi presentati al congresso Asco di Chicago. Purtroppo, infatti, oltre in circa il 70% dei pazienti la malattia torna anche dopo la chirurgia e 6 mesi di chemioterapia. Ora lo studio Prodige dimostra che usando un altro schema di chemioterapia, più aggressivo, si prolunga la vita dei pazienti. Si paga però un prezzo piuttosto importante in termini di effetti collaterali e quindi di qualità di vita. Un altro studio – Preopanc – dimostra invece che sottoporre i pazienti a radiochemioterapia prima dell’intervento chirurgico (che comunque è possibile solo nel 15-20% dei casi) potrebbe aumentare l’efficacia della terapia. Si tratta di dati preliminari che dovranno essere confermati una volta che lo studio sarà concluso.

 

Fonte: www.repubblica.it – articolo di LETIZIA GABAGLIO